Da bambino ero il classico “strano”: mentre gli altri giocavano con le macchinine o collezionavano figurine dei calciatori, io passavo i pomeriggi a chiedermi perché una cosa funzionasse in un certo modo e non in un altro. Una maestra chiamò mia madre per dirle che avevo una predisposizione artistica, ma credo che il vero motore fosse un’altra cosa: una curiosità enorme, totalizzante.

Non riuscivo a giocare con una pistola giocattolo rossa: la dovevo ridipingere di nero per renderla “coerente”. Ero metodico al punto che, oggi, lo definiremmo quasi “iperfocus”. All’epoca sembrava solo un modo di essere un po’ fuori dal coro.

Anche i miei hobby erano diversi. Collezionavo figurine degli animali, non dei calciatori. Ascoltavo Nirvana, Sonic Youth e Motorpsycho quando i miei coetanei sognavano le hit commerciali. Era come se seguissi un ritmo tutto mio.

A 16 anni mi regalarono una chitarra classica, e da lì si è aperto un mondo. Ho imparato da solo, prima la chitarra elettrica, poi le tastiere, il basso, le percussioni. Ho suonato in cover band e in progetti originali, un piccolo universo di suoni dove potevo costruire, sperimentare, sbagliare e ricominciare. La musica è stata il mio primo laboratorio creativo.

Poi è arrivata l’acquariofilia. E come sempre, non mi sono fermato al livello base: sono passato dai semplici acquari all’allevamento e selezione di caridine ornamentali. Ore di osservazione, pazienza, micro-dettagli. La stessa mente che nel lavoro analizza processi, qui analizzava colori, mutazioni, comportamenti.

Nel 2017 ho incontrato mia moglie, che ha riaperto cassetti che avevo chiuso troppo in fretta. Con lei ho riscoperto i giochi da tavolo, ed è da lì che è sbocciato tutto il resto: le miniature, la pittura, la lore, la creatività visiva. È stato come tornare bambino, ma con la consapevolezza adulta di chi sa apprezzare tecnica e dettagli.

Dipingo miniature con la stessa testa con cui affronto un processo lavorativo: guardo la struttura, capisco cosa serve, elimino il superfluo, cerco armonia, bilancio luci e ombre. Non dipingo solo figure: costruisco storie. Ogni colore è una decisione, ogni pennellata un pensiero.

In realtà il mio lato nerd e quello professionale non sono due persone diverse: usano gli stessi ingranaggi in contesti differenti. La stessa curiosità che mi spingeva a smontare giocattoli la uso oggi per capire i meccanismi dell’energia.

La stessa ossessione per il dettaglio che metto nelle caridine o nella pittura di un Primaris, la metto nel formare un agente o nel creare un processo commerciale più pulito. La stessa necessità di coerenza che avevo da bambino dipingendo pistole rosse di nero, oggi guida la mia etica professionale: niente trucchi, niente scorciatoie, solo soluzioni reali.

Sono un nerd, sì. Ma è proprio quel modo di guardare il mondo — curioso, logico, creativo, metodico — che mi ha reso bravo nel lavoro che faccio.

Tra Warhammer, giochi da tavolo, pittura e musica continuo a coltivare la stessa scintilla di allora: fare le cose con senso, con passione, con attenzione. Mettere insieme ciò che è bello e ciò che funziona.